Ultima modifica: 2 Marzo 2026

Conferenza ” Odisseo filosofo Resp 620 cd ” del Prof. Carlo Delle Donne

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INTERVISTE A MARGINE DELL’EVENTO 
servizio a cura di Vita Web e della Prof.ssa Giusy Capone
Si segnala che il contenuto della lezione è disponibile, in versione ampliata e approfondita, anche in questo articolo del 2021 in lingua inglese, fruibile anche per i candidati stranieri.

Please be advised that the content of the lecture is also available, in an expanded and more in-depth version, in this 2021 article in English, which is accessible to international candidates as well.

Delle Donne AevAnt

HANDOUT

1) Plat. Resp. X 620 c-d: κατὰ τύχην δὲ τὴν Ὀδυσσέως λαχοῦσαν πασῶν ὑστάτην αἱρησομένην ἰέναι, μνήμῃ
δὲ τῶν προτέρων πόνων φιλοτιμίας λελωφηκυῖαν ζητεῖν περιιοῦσαν χρόνον πολὺν βίον ἀνδρὸς ἰδιώτου
ἀπράγμονος, καὶ μόγις εὑρεῖν κείμενόν που καὶ παρημελημένον ὑπὸ τῶν ἄλλων, καὶ εἰπεῖν ἰδοῦσαν ὅτι τὰ
αὐτὰ ἂν ἔπραξεν καὶ πρώτη λαχοῦσα, καὶ ἁσμένην ἑλέσθαι. καὶ ἐκ τῶν ἄλλων δὴ θηρίων ὡσαύτως εἰς
ἀνθρώπους ἰέναι καὶ εἰς ἄλληλα, τὰ μὲν ἄδικα εἰς τὰ ἄγρια, τὰ δὲ δίκαια εἰς τὰ ἥμερα μεταβάλλοντα, καὶ
πάσας μείξεις μείγνυσθαι.
Si avviava poi a scegliere l’anima di Odisseo, cui la sorte aveva assegnato l’ultimo turno fra tutti: il ricordo
delle pene passate le aveva fatto venir meno ogni ambizione di gloria, e si era aggirata a lungo cercando
la vita di un uomo estraneo a ogni attività pubblica; a stento l’aveva trovata, che giaceva da qualche parte
trascurata da tutte le anime, e appena vista, dicendo che avrebbe fatto la stessa cosa anche se le fosse
toccato il primo turno, l’aveva scelta con gioia. Nello stesso modo, fra gli altri animali alcuni passavano
in uomini, o si scambiavano vite fra loro, quelli ingiusti mutandosi in animali selvatici, quelli giusti in
addomesticati, e si mescolavano così in ogni modo. (trad. Vegetti)
2) Cic. Fin. 5, 48-49: quid vero? qui ingenuis studiis atque artibus delectantur, nonne videmus eos nec valitudinis nec rei
familiaris habere rationem omniaque perpeti ipsa cognitione et scientia captos et cum maximis curis et laboribus compensare
eam, quam ex discendo capiant, voluptatem? ut mihi quidem Homerus huius modi quiddam vidisse videatur in iis, quae
de Sirenum cantibus finxerit. neque enim vocum suavitate videntur aut novitate quadam et varietate cantandi revocare eos
solitae, qui praetervehebantur, sed quia multa se scire profitebantur, ut homines ad earum saxa discendi cupiditate
adhaerescerent. ita enim invitant Ulixem—nam verti, ut quaedam Homeri, sic istum ipsum locum—:
O decus Argolicum, quin puppim flectis, Ulixes,
Auribus ut nostros possis agnoscere cantus!
Nam nemo haec umquam est transvectus caerula cursu,
Quin prius adstiterit vocum dulcedine captus,
Post variis avido satiatus pectore musis
Doctior ad patrias lapsus pervenerit oras.
Nos grave certamen belli clademque tenemus,
Graecia quam Troiae divino numine vexit,
Omniaque e latis rerum vestigia terris.
Vidit Homerus probari fabulam non posse, si cantiunculis tantus irretitus vir teneretur; scientiam pollicentur, quam non
erat mirum sapientiae cupido patria esse cariorem. Atque omnia quidem scire, cuiuscumque modi sint, cupere
curiosorum, duci vero maiorum rerum contemplatione ad cupiditatem scientiae summorum virorum est
putandum. quem enim ardorem studii censetis fuisse in Archimede, qui dum in pulvere quaedam describit attentius, ne
patriam quidem captam esse senserit? quantum Aristoxeni ingenium consumptum videmus in musicis? quo studio
Aristophanem putamus aetatem in litteris duxisse? quid de Pythagora? quid de Platone aut de Democrito loquar? a
quibus propter discendi cupiditatem videmus ultimas terras esse peragratas. quae qui non vident, nihil
umquam magnum ac cognitione dignum amaverunt.
“Ma come! non vediamo che chi si diletta degli studi e delle arti non tien conto né della salute né degli
interessi familiari e tutto sopporta, preso dalla conoscenza e dal sapere, e trova un compenso delle
gravissime preoccupazioni e travagli nel piacere che coglie dall’imparare? [49] cosicché, a mio parere,
Omero vide qualcosa di simile nella favola da lui immaginata sul canto delle Sirene1 Ed infatti risulta che
esse solevano richiamare i naviganti non per la dolcezza della voce o per qualche nuova e diversa maniera
di cantare, ma perché dichiaravano di saper molte cose, tanto che gli uomini rimanevano attaccati ai loro
scogli per desiderio di imparare. Questo è l’invito che esse fanno ad Ulisse (ho tradotto, oltre ad altre
parti di Omero, proprio questo passo):
O gloria degli Argivi, perché non devii dalla rotta, o Ulisse,
per poter udendo conoscere i nostri canti?
Nessuno mai navigò queste onde azzurre
senza prima fermarsi, preso dalla dolcezza delle melodie,
e poi, saziato nell’avido cuore dai variati canti,
correndo sull’acque giungere più dotto ai patrii lidi.
Noi sappiamo la grave contesa di guerra e la sconfitta
che la Grecia a Troia inflisse per volere divino,
e tutti gli eventi del vasto mondo.
Omero s’avvide che il mito non poteva ottenere approvazione, se un sì grand’uomo fosse stato trattenuto
irretito da canzoncine; promettono il sapere, e non era strano che per uno desideroso di sapienza esso
fosse più caro della patria. Ed invero, il desiderio di sapere ogni cosa, di qualunque genere sia, è proprio
delle persone curiose; ma il sentirsi attratto al desiderio del sapere dalla contemplazione dei fenomeni più
importanti è da ritenersi proprio degli uomini sommi. (trad. Marinone et alii)

 

 




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